Riscaldamento? Peggio l’inquinamento

Luca RicolfiLa teoria del riscaldamento globale (global warming) può essere sintetizzata in quattro proposizioni: a) la Terra si sta scaldando; b) la causa principale sono le attività umane; c) le conseguenze negative prevalgono su quelle positive; d) l’unica strada per evitare la catastrofe è la riduzione delle emissioni di anidride carbonica. La teoria forse è corretta, ma per ora l’evidenza empirica a suo favore non è schiacciante, e lascia quindi ampio margine ai dubbi di una parte della comunità scientifica.

Bjørn Lomborg, per esempio, ha sostenuto che le conseguenze positive di un innalzamento delle temperature potrebbero superare quelle negative, e che la guerra alle emissioni non è la strategia con il miglior rapporto costi/benefici. Alcuni scienziati sostengono che il riscaldamento non è dovuto all’uomo ma a cause naturali. Altri arrivano a negare persino la proposizione a prima vista meno controversa, che cioè sia in atto un riscaldamento, in particolare nell’ultimo decennio. Il lettore curioso può farsi un’idea personale osservando il grafico della temperatura media mondiale dopo il 1985, che in effetti mostra una crescita fino al 1998 e poi un’oscillazione senza una netta tendenza all’aumento o alla diminuzione.

La teoria del riscaldamento globale ha avuto finora un’accoglienza favorevole da parte dell’opinione pubblica occidentale, soprattutto fra i giovani. La cosa non stupisce, perché l’ecologismo è l’unica ideologia rimasta in un mondo che ha ripudiato tutte le ideologie del passato. Quel che a prima vista può stupire, invece, è che la teoria del riscaldamento globale, con tutte e quattro le proposizioni che la caratterizzano, sia improvvisamente divenuta una bandiera del ceto politico. Da dove viene tanto entusiasmo?

Una ragione ovvia è che guidare la lotta al riscaldamento globale permette ai politici, spesso screditati per loro miopia, di riguadagnare prestigio e autorevolezza. Occuparsi di riscaldamento globale vuol dire avere a cuore le sorti dell’umanità, guardare lontano, e quindi porsi nella condizione di poter chiedere ai cittadini di sopportare dei sacrifici, per esempio nuove tasse, riduzione dei consumi, cambiamento di abitudini più o meno inveterate.

Ma c’è forse un’altra ragione che attira i politici, e sta nell’aggettivo «globale»: le emissioni sono un problema sia perché inquinano sia perché surriscaldano, ma mentre il riscaldamento è globale e riguarda essenzialmente le generazioni future, l’inquinamento è locale e tocca fin da oggi le generazioni presenti. Pensiamo ai rifiuti tossici, che non si riescono a smaltire facilmente e sono diventati una fonte di profitti per la criminalità organizzata. Ma soprattutto all’inquinamento dell’aria, che causa ogni anno centinaia di migliaia di morti nelle zone del pianeta coperte dalla cosiddetta «brown cloud», la nuvola bruna piena di sostanze inquinanti che sovrasta l’India, parte della Cina, la pianura padana nonché varie zone industriali dell’Europa, Ridurre le emissioni è giustissimo, ma molto diverso farlo per combattere l’inquinamento o per frenare il riscaldamento (un punto sui cui di recente ha attirato l’attenzione il climatologo Franco Prodi).

Combattere l’inquinamento è difficile e urta interessi colossali. Invece la lotta (globale) al riscaldamento distoglie dai problemi (locali) dell’inquinamento, e così leva le castagne dal fuoco un po’ a tutti, politici, industrie, cittadini. L’industria che vuole inquinare di più, qui e subito, pagherà una organizzazione non governativa perché pianti migliaia di alberi da qualche parte nel mondo, saldando così il suo debito con il pianeta. Quanto ai cittadini, impegnarli in una lotta eroica per la salvezza futura del pianeta aiuterà i politici a distogliere la loro attenzione dai guasti presenti degli ambienti in cui vivono. Ma soprattutto costerà meno, molto di meno, che affrontare problemi come i rifiuti tossici e le polveri sottili, per i quali non basta piantare alberi in Amazzonia.

Luca Ricolfi - Panorama del 24/12/2009

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