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Stefania PrestigiacomoFonti rinnovabili, carbone pulito e nucleare per rendere l'Italia dell'energia più autonoma. Meno ideologia e più concretezza nelle autorizzazioni ambientali. Risparmio energetico e un gran lavoro, con investimenti in infrastrutture e nella cultura dei cittadini, per liberare il Sud dall'emergenza rifiuti e intervenire sul territorio. Il programma di Stefania Prestigiacomo, ministro per le Politiche ambientali, non è semplice. Ma, come dice in questa intervista con Panorama, il ministro intende raggiungere con determinazione gli obiettivi fissati.

 

Il presidente americano Barack Obama punta sull'economia verde in Usa. In Italia cosa facciamo?
Obama fa bene, gli Stati Uniti sono uno dei paesi che inquina di più. In Italia ci sono livelli di emissioni più bassi, ma anche noi consideriamo fondamentali le politiche ambientali. L'ultima prova riguarda gli aiuti al settore auto, giocati in chiave di calo delle emissioni. La crisi economica può essere uno stimolo per indirizzare l'economia verso uno sviluppo ecosostenibile. Occorre però capovolgere la percezione dell'ecoideologismo egemone per tanti anni. Fino a ieri parlare di ambientalismo significava blocchi e veti. Un disastro in termini di sviluppo e di tutela dell' ambiente: sono stati bloccati infrastrutture e processi di ammodernamento produttivo che avrebbero consentito una riduzione dell'inquinamento. Quando siamo arrivati al ministero, abbiamo trovato due anni di arretrato nelle autorizzazioni ambientali per le opere pubbliche e private, anche strategiche. Qui si fermava tutto. lo ho cercato di invertire la rotta. Gli uffici hanno fatto uno straordinario lavoro, smaltendo tutto l'arretrato. L'impegno è dimostrare che può esistere un ambientalismo del fare, che tutela l'ambiente senza mortificare lo sviluppo.

Critica il governo precedente per gli impegni sull'emissione di CO2?
Sottoscrivere impegni pesanti per l'Italia e poi non fare nulla per raggiungerli ci ha penalizzato: al ministero erano fermi progetti per impianti eolici, energie rinnovabili, rigassificarori ...

Nell'accordo europeo sull'ambiente il governo ha vinto. Ma è stato anche accusato di difendere più le aziende che l'ambiente.
È stato un grande successo. Solo adesso si comincia a percepirne il valore. Già con il protocollo di Kyoto eravamo stati ingiustamente penalizzati rispetto a Francia e Germania. L'Europa ha poi deciso di svolgere un ruolo unilaterale, di promotore nella riduzione dei gas serra, dal 2013 al 2020, e noi dovevamo fare la nostra parte. Tuttavia l'onere doveva essere ripartito in modo equo, mentre nel testo delle direttive, che abbiamo trovato in dirittura d'arrivo, l'Italia doveva sostenere da sola il 20 per cento degli oneri e aveva costi superiori del 40 per cento rispetto agli altri. Dunque abbiamo difeso l'interesse nazionale. Far gravare sul settore manifatturiero, che è molto forte solo da noi e in Germania, un onere eccessivo poteva indurre la delocalizzazione degli impianti. Ma se un'industria delocalizza nei paesi in via di sviluppo, dove non ci sono vincoli ambientali, i valori globali delle emissioni di CO2 non variano, si spostano. E in più l'Italia perde posti di lavoro e ricchezza.

Quali sono le prossime mosse?
Con il ministro dello Sviluppo Claudio Scajola stiamo organizzando la conferenza nazionale sull' energia in cui si fisseranno gli obiettivi. L'Italia deve ridurre la dipendenza dall'estero. Lo si fa con i rigassificatori, con le centrali a carbone pulito, che stiamo autorizzando. E con le fonti rinnovabili, purtroppo ancora costose: bisognerà investire in ricerca e anche perché si sviluppi in Italia la produzione dei componenti che servono per impiantarle oggi fatti all' estero.

E il nucleare?
È una grande sfida. L'Italia ha capito che uscire dal nucleare è stato un errore. Naturalmente è impensabile che per i siti si decida dal centro. Dovrà esserci un forte dialogo con il territorio. Poi è anche immaginabile che ci sarà chi è contrario. Ma l'Italia ha pagato un prezzo alto per i veti. Si pensi ai termovalorizzatori in Campania. Se non ci fosse stata da parte del ministero un'assurda posizione di blocco, non ci sarebbe stata la crisi dei rifiuti.

La Campania non è sola ...
Altre regioni del Sud sono in condizioni critiche. Al Nord da vent'anni ci sono inceneritori e termovalorizzatori, al Sud il trattamento dei rifiuti è fermo alle discariche, quasi senza raccolta differenziata. Bisognerà intervenire. Le competenze sono regionali, però il ministero ha un compito di vigilanza, che era stato abbandonato. Si pensi proprio alla raccolta differenziata. I ritardi al Sud rischiano di mettere in crisi gli investimenti. L'esempio è Palermo. L'emergenza rifiuti è stata appena dichiarata. Ebbene, lì si fa il 4 per cento di raccolta differenziata. È stata fatta politica, insomma, usando l'ambiente. Invece sono mancati gli interventi sul territorio. E quando temporali e nevicate provocano disastri, ci accorgiamo che le vere politiche ambientali dovrebbero partire dal risanamento del nostro bel Paese.

di Roberto Seghetti  - Panorama del 12/02/2009

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