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Mentre nel nostro Paese il disegno di legge che darebbe via libera al nucleare langue tra centinaia di emendamenti nelle commissioni di Palazzo Madama, è a nord delle Alpi che si gioca la partita che sta rivoluzionando non solo il risiko dell'industria energetica europea, ma anche quello dei rapporti politici tra paesi. Protagonista assoluto di questa partita è il presidente francese Nicolas Sarkozy. "Voglio fare della Francia un esportatore di energia in tutta Europa", ha detto a Flamanville, dove si sta costruendo uno dei due nuovi reattori nucleari francesi: "Per questo sto considerando l'ipotesi di autorizzare un terzo reattore".
Dietro le parole di Sarkozy si nasconde una strategia che punta a trasformare i due campioni nazionali - Areva, che costruisce gli Epr, i nuovi reattori di terza generazione, ed Electricité de France, la più grande utility elettrica europea - in player globali. Per riuscire in questa impresa, il presidente francese ha viaggiato in ogni angolo del mondo per piazzare gli Epr. C'è riuscito in India, dove ne verranno costruiti sei, negli Stati Uniti, dove sono previsti altri due Epr e perfino negli Emirati Arabi.
Oltre alla vendita, l'offensiva energetica della Francia si muove anche attraverso l'acquisizione diretta o la partecipazione azionaria in società di produzione di energia elettrica in paesi dove sono previsti forti investimenti proprio nel settore nucleare. Su questo fronte a muoversi non è l'Areva guidata da Anne Lauvergeon, ma Edf, che con il suo immenso cash flow ha acquisito partecipazioni in Gran Bretagna (British Energy), negli Stati Uniti (Costellation) e anche in Italia (Edison).
Contro le ambizioni francesi congiurano però le difficoltà operative incontrate nella realizzazione dei primi due prototipi del reattore Epr (quello di Flamanville e quello di Olkiluoto in Finlandia), che hanno spinto il partner industriale di Areva, la Siemens, a rompere con i francesi. Il divorzio tra i due colossi energetici europei si è consumato il mese scorso, dopo che il cancelliere tedesco Angela Merkel aveva più volte fatto presente al suo collega all'Eliseo di non apprezzare affatto i tentativi di esclusione dai processi decisionali messi in atto dai francesi. Ma a pesare sulla rottura è stato anche il contenzioso aperto con la finlandese Tvo sul reattore di Olkiluoto: dopo oltre tre anni di ritardi nella consegna del reattore prevista inizialmente per il 2009, Tvo ha presentato ad Areva-Siemens un conto di 2,4 miliardi di euro.
Dopo due giorni dalla rottura con Areva, Siemens si è buttata tra le braccia della Russia di Putin, aprendo un negoziato per una joint-venture con Atomenergoprom. La Russia ha sempre cercato la tecnologia occidentale per integrare quella dei suoi impianti nucleari, e ora l'accordo con i tedeschi potrebbe portare allo sviluppo di reattori competitivi non solo nell'area ex sovietica, ma anche in Occidente. Dove però l'alleanza con Putin non è vista di buon occhio perché rischia di accentuare la dipendenza energetica del vecchio continente dalla Russia, che oltre a fornire il gas diventerebbe anche fornitore di uranio.
Oltre a questo cambio di fronte delle alleanze industriali, la rottura sul nucleare tra Parigi e Berlino ha aperto una falla nei conti di Areva, che non è più in grado di sostenere il piano di investimento da 2,7 miliardi di euro previsto per l'anno in corso. "C'è bisogno di nuovi mezzi finanziari", ha annunciato Lauvergeon. Ora a Parigi si stanno studiando le contromisure: un aumento di capitale da parte dello Stato, o una cessione delle partecipazioni in Total, Safran e Gdf Suez, o l'ingresso di Alstom nel capitale di Areva.
La ricerca di nuovi partner da parte di Areva non si limita però alla Francia. Anche l'Italia rischia di esserne coinvolta. Sarebbero stati avviati infatti contatti tra Areva e Ansaldo Nucleare per una collaborazione in vista della realizzazione dei nuovi impianti in Gran Bretagna. Ma la partita vera tra Italia e Francia sul nucleare si giocherà a fine mese, durante l'incontro tra Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy al quale sono stati invitati i vertici delle principali aziende italiane e francesi. Il primo nodo da sciogliere è l'eventuale partecipazione di Enel alla realizzazione del secondo Epr francese. Enel partecipa infatti con il 12,5 per cento alla realizzazione del reattore di Flamanville, ma ha un'opzione per altri cinque reattori. Ma è un'alleanza-quadro strategica di lungo termine la questione centrale, che implica uno scambio decisivo: l'utilizzo della tecnologia francese per le future centrali nucleari italiane, ma l'addio all'attuale alleato di Ansaldo, l'americana Westinghouse. E da noi mancano gli ingegneri Il ritorno dell'Italia al nucleare rischia di essere affossato ancor prima di partire. Non a causa degli oltre seicento emendamenti che pesano sul disegno di legge del governo in discussione al Senato. E nemmeno per colpa della crisi finanziaria o a causa del prezzo sempre più basso del petrolio che fa diventare meno remunerativi gli investimenti sul nucleare. Ad affossare il ritorno del nucleare in Italia sarà più probabilmente lo strabismo del governo stesso, che con una mano vuole costruire centrali, con l'altra riduce la possibilità di avere un numero sufficiente di ingegneri in grado di far funzionare gli impianti.
"Entro i prossimi cinque anni", spiega Giuseppe Forasassi, docente di ingegneria nucleare a Pisa e presidente del Consorzio Interuniversitario per la Ricerca Tecnologica Nucleare (Cirten), "quasi il 20 per cento dei docenti di ingegneria nucleare attualmente in servizio se ne andrà in pensione. Se non ci sarà un'adeguata integrazione del personale non riusciremo a sfornare gli ingegneri necessari per progettare, costruire e far funzionare le centrali che il governo pensa di realizzare". In venti anni di abbandono del settore c'è stato un basso tasso di ricambio generazionale, e i cinque atenei (Roma, Torino, Milano, Palermo, Pisa) in cui ancora sono attivi corsi di ingegneria nucleare, sono andati avanti con una manciata di professori che molto spesso hanno ricoperto contemporaneamente due o tre cattedre. Ora per quei professori sta per arrivare il tempo della pensione. "Dobbiamo intervenire subito per mantenere la docenza ad un livello numerico adeguato e spingere i giovani laureati a rimanere nel nostro paese invece di andare a lavorare all'estero", dice Forasassi.
Perché l'altro fenomeno che rischia di far mancare adeguate risorse umane al nucleare italiano è la caccia che i principali gruppi industriali europei, Areva ed Edf in testa, stanno dando ai nostri laureati. "Negli ultimi tre mesi ho visto andar via quattro dei dottorandi che svolgevano attività di ricerca con me su progetti internazionali. Due sono ora in Francia, uno è in Belgio e un altro è in partenza per la Germania", conclude Forasassi.
di Emanuele Perugini – L’espresso 13/02/2009
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Ormai il rinascimento nucleare non è più solo uno slogan. Non lo è negli Stati Uniti dove nel pacchetto di sostegno per l'economia presentato dal presidente Barack Obama è stato inserito al Senato un emendamento che prevede un fondo di garanzia per gli investimenti sul nucleare da 50 miliardi di dollari. Non lo è però soprattutto in Europa, dove un po' tutti, dalla Gran Bretagna alla Francia, passando per l'Italia, la Polonia, la Repubblica Ceca, fino alla verdissima Svezia, hanno deciso di puntare decisamente su questa fonte energetica. 