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UN BIO-IMBROGLIO Giugno 2007: gli esperti obbiettano che i metodi di fermentazione degli scarti legnosi hanno ancora una resa così bassa da consumare, nella raccolta e nel trasporto della materia prima, gran parte del bio-combustibile promesso. Ma l'Unione europea - Francia e Germania in testa - ha fretta e s'impegna a sostituire con biocombustibili, entro il 2020, almeno il 10% dei carburanti. Nello stesso mese, il «Sunday Times» gela gli entusiasmi riportando le dichiarazioni di Roland clift, docente alla Surrey University e consulente del ministero dell'Ambiente inglese: i piani per promuovere l'uso di biocombustibili sarebbero «un imbroglio», perché l'aumento della domanda porterà alla distruzione di foreste tropicali per lasciare spazio alle nuove coltivazioni.
Occorreranno dai 70 ai 300 anni per compensare la CO2 persa con la deforestazione. Meglio, semmai, utilizzare terreni aridi e poveri, puntando su piante ad hoc quali la jatropha. Il professor Clift mette pure in guardia dal confondere la vera lotta all'inquinamento con semplici favori alle lobby agricole: «Sarebbe bene discutere gli effetti di un'eventuale diffusione di auto a idrogeno, perché emettono vapore acqueo in quantità nettamente superiore alla cO2 e all'acqua prodotta dai motori tradizionali. E il vapore acqueo è il più importante gas a effetto serra presente nell'atmosfera.
IL VERO NOME DEL BIOETANOLO La battaglia si fa serrata. Da una parte, i politici convertiti alla «ossessione verde»: la CO2 è un pericoloso inquinante, il riscaldamento globale è diventato un'emergenza e l'anidride carbonica ne è il solo, vero responsabile, bisogna fare qualcosa. Al Gore, Bush, Angela Merkel sono i portavoce di questa fede. Scendendo più in basso, anche alcuni sindaci sono pervasi dello stesso sacro furore: il Comune della Spezia, per esempio, compera autobus a bioetanolo e prenota decine di auto con tale alimentazione per i suoi funzionari. Peccato che ora dobbiamo importare alcol dal Brasile e che, per renderlo competitivo, il nostro fisco debba regalare a quel Paese l'equivalente delle accise intascate su ogni litro di benzina. Non solo, ma siccome l'alcol etilico - chiamiamo il bioetanolo col suo vero nome - contiene il 33% in meno di energia della benzina, se ne deve consumare il 50% in più (in termini di litri). E, alla fine, noi cittadini dovremo coprire quel buco fiscale con nuove tasse.
VIVA LA PAGNOTTA Dalla stessa parte sono schierate lobbies che nutrono interessi economici: associazioni di agricoltori e industrie della trasformazione, società petrolifere e produttori di additivi per gasolio. Pure molte Case, accusate dai media di essere i maggiori emettitori di CO2 sposano l'etanolo: è convinzione universale che sia una panacea contro l'anidride carbonica, governi e ambientalisti assolvono e premiano chi lo usa, perché non usarlo? Viva il bioetanolo. Gli ingegneri più preparati non applaudono, ma per la pagnotta ... Così, non c'è Casa che non vanti un modello «bio-verde» o «flex-fuel», che è la stessa cosa.
Sul fronte opposto uno sparuto drappello di scienziati fa una fatica tremenda a bisbigliare la verità. Quando affermano che ricavare etanolo da colture agricole richiede gasolio per arare i campi, fertilizzanti per la crescita, acqua per irrigare e altra energia per il raccolto e per la successiva lavorazione, la risposta è che - costi quel che costi - bisogna incentivare le energie rinnovabili. Gli scienziati ribattono che rinnovabili sono l'energia idrica, quella geotermica, quella solare e quella eolica, regalate in abbondanza dal sole, che l'uomo deve soltanto immagazzinare, mentre ciò che richiede lavoro manuale è tutt’altro che «rinnovabile».
ELEMENTARE!WATSON Marzo 2008: il premier britannico Gordon Brown abbandona la cordata europea pro-etanolo e dichiara di sposare la posizione di Robert Watson, suo consulente scientifico. «Utilizzare i biocarburanti quando, anziché ridurre i gas serra, contribuiscono ad aumentarli, è folle» - sostiene Watson - «gli studi hanno dimostrato che il loro uso comporta una perdita netta di energia nel ciclo produttivo, occorre cioè più energia di quanta essi siano poi in grado di restituire. Addirittura, il loro impatto sul riscaldamento globale è maggiore di quello del petrolio». Davvero elementare, Watson!
Ai primi d'aprile anche la Germania frena sull'alcol etilico: «Non vogliamo creare problemi tecnici a 3 milioni di automobili alle quali l'alcol provoca inconvenienti» - puntualizza il ministro dell'Ambiente. In realtà, il governo era stato aspramente criticato dalle Case tedesche per il suo appoggio al bioetanolo. Non è finita. il 12 aprile, il settimanale americano «Time» dedica l'inchiesta di copertina al «mito dell'energia pulita», sostenendo che «la produzione su larga scala di bioetanolo sta portando a un brusco rincaro dei prodotti agricoli, alla distruzione della giungla amazzonica e a un ulteriore aumento del riscaldamento globale».
Il colpo finale, tuttavia, lo sferra Rajendra Kumar Pachauri, presidente della commissione sul clima dell'ONU e premio Nobel per la pace. Di fronte al Parlamento europeo ha sollevato seri dubbi sull'efficacia del bioetanolo nel ridurre i gas serra e ha detto: «Il mondo deve evitare che lo sviluppo dei biocarburanti abbia effetti perversi sull'ambiente e sul rincaro dei prezzi alimentari, a partire da quello del grano».
POSTULATO CONVINCENTE Rispondono i «verdi beninformati» che i combustibili vegetali assorbono cO2 dall'atmosfera durante la crescita della pianta da cui derivano, e quindi sono in grado di contenere l'effetto serra: sarebbero cioè «carbon neutral», ossia a impatto zero. Errore: il bilancio non può essere fatto su un solo anno, come pensano gli ingenui. Lo dimostra una storiella che amiamo raccontare ai sostenitori dell'etanolo. Eccola: possediamo un ettaro di terra, in Europa, e lo coltiviamo a canna da zucchero. Questa cresce, si sviluppa e assorbe CO2 dall'ambiente, in proporzione alle sue dimensioni e al tempo in cui il suolo rimane verde. Poi la raccogliamo e ne ricaviamo alcol etilico, che usiamo nella nostra auto. La quale emetterà CO2 in funzione dei cavalli che chiediamo al motore. L'anno dopo coltiviamo ancora canna da zucchero, ma produciamo zucchero, che usiamo per il caffè. all'auto facciamo bere benzina, ed essa emetterà CO2 come l'anno prima. Dov'è il beneficio ambientale, visto che prima e dopo sono in ballo le stesse quantità di CO2? Finora, quando abbiamo posto questa domande ai sostenitori dell'etanolo, nella sala è caduto il silenzio.
PARADOSSO FOSSILE La risposta è che abbiamo semplicemente sostituito una coltura con un'altra. Al contrario, i fan del «bio» pensano di aggiungere nuove colture di canna da zucchero in Europa - ove già tutto è verde - o in Amazzonia, dove le foreste assorbono CO2 in quantità da 4 a 7 volte rispetto alle piantagioni di canna da zucchero. Solo andando nel Sahara (o in altro luogo deserto) e facendovi nascere una nuova pianta, potremo incrementare la cattura di anidride carbonica. Ma a questo punto va bene anche una pianta di banane.
Sapete qual è il paradosso col quale rispondono i fegatosi del «bio»? Sì, è vero, il bilancio non cambia, ma la CO2 emessa dai motori che bevono alcol è formata da carbonio «non d'origine fossile». Come se l'effetto serra di quel carbonio fosse diverso! O come se il Pianeta sapesse distinguere a quale molecola era legato il carbonio in origine!
L'equivoco di chi vuole il bioetanolo è quello di mettere in un unico pentolone: inquinamento, effetto serra e conservazione delle risorse energetiche. Queste sì che sono sacre. E vanno risparmiate fino all'ultima goccia di petrolio. Il resto è pura demagogia. di Enrico De Vita, ingegnere, ex vicepresidente del Movimento Consumatori, esperto di trasporti, sicurezza, inquinamento, problemi legislativi legati all'auto e alla difesa del consumatore
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A metà 2007, l'ONU boccia la politica del presidente Bush di incentivare la produzione di bioetanolo da cereali. Jean Ziegler, relatore della commissione per l'Alimentazione, definisce tale combustibile «un crimine contro l'umanità» e aggiunge che la domanda di carburanti vegetali riduce la disponibilità di cibo e aumenta i prezzi di frumento e cereali. Reagisce l'industria americana, solidale con il presidente Bush. I suoi manager affermano che l'unico sistema attuabile per ridurre le emissioni di CO2 è l'impiego di bioetanolo. A dare manforte scendono in campo le multinazionali BP e DuPont, che - correggendo un po' il tiro - annunciano un futuro roseo per il butanolo e non per l'etanolo. All'inizio, verrà ricavato da materie prime pregiate, come zucchero di canna, mais, frumento, ma in seguito, grazie a nuovi processi, saranno impiegate piante oleaginose a rapida crescita, o biomasse come paglia e fusto delle piante di mais, e non più col seme.