| spot per Greenpeace |
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Certo ormai nessuno si scandalizza per gli spot di partito regolarmente realizzati da attivisti travestiti da giornalisti come Santoro e Floris o travestiti da comici come Crozza. Però quando anche l’altra furbetta che da anni gira il mondo a spese nostre (è vero, ce ne sono molte, meglio quindi precisare che ci riferiamo a Licia Colò) si arroga il diritto di dedicare mezz’ora del suo programma (Kilimangiaro del 3 febbraio 2008) ad un megaspot a favore di Greenpeace, allora la misura è davvero colma.
Precisiamo ancora una volta che la nostra posizione è quella dei veri ambientalisti che però non hanno niente a che fare con i “verdi”, con le varie associazioni di questa galassia ed in generale con tutti i talebani ambientalisti. Tornando quindi al citato spot a favore di Greenpeace ed in particolare contro la caccia alle balene, sottolineiamo che da veri ambientalisti siamo anche noi contro la caccia alle balene (ma anche contro la caccia alla mazzancolla o alla sardina qualora questa dovessero realmente essere minacciate da una pesca sconsiderata, anche se campagne di questo genere sono sicuramente meno spettacolari di quella contro le baleniere).
Come il capitano Paul Watson della “Sea shepherd conservation society” (una vera associazione ambientalista che però, guarda caso, non viene minimamente citata nella trasmissione della furbetta viaggiatrice forse troppo impegnata a tirarsela) non possiamo quindi che essere contro Greenpeace, i suoi metodi ed i suoi scopi reali (che usano la salvaguardia dell’ambiente come specchietto per le allodole – ed al riguardo invitiamo a leggere l’articolo “Greenpeace, la vera storia” su questo sito). E quindi non tolleriamo che la signora Colò utilizzi i soldi del canone RAI – che continuiamo ad essere obbligati a pagare, nostro malgrado – per regalare uno spot di mezz’ora agli pseudo-ambientalisti di Greenpeace.
Se la signora Colò, anziché presentare una attivista di Greenpeace che ha partecipato ad una campagna contro le baleniere giapponesi definendola come “una eroina dei nostri giorni”, avesse voluto veramente contribuire alla causa, avrebbe dovuto dedicare la mezz’ora del suo programma a quella miriade di vere organizzazioni ambientaliste (o anche a quei singoli) che nel loro piccolo lottano ogni giorno per la salvaguardia dell’ambiente, anziché sostenere una struttura come Greenpeace che si occupa di politica usando la maschera verde solo per raccogliere fondi. La signora Colò, anziché mettere le mani nelle nostre tasche, avrebbe fatto meglio a considerare che, come ha sostenuto un portavoce del governo canadese “il modo con cui Greenpeace dice di difendere l'ambiente crea dei problemi, visto che la diffusione della propaganda non ha alcun effetto migliorativo dell'ambiente”.
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Come si può definire un Paese dove gli abitanti sono obbligati a finanziare di tasca propria personaggi e campagne pubblicitarie a favore di organizzazioni di cui non condividono gli orientamenti? Sicuramente molti lo definirebbero un paese illiberale. Altri parlerebbero di regime. Tutti però, indipendentemente dalla loro posizione, sarebbero concordi nel definirla una situazione inaccettabile. Peccato però che quando il finanziamento obbligatorio viene attuato in Italia, nessuno si scandalizza. Ed è quanto è successo (e purtroppo succede ancora anche se la mortadella ha superato la data di scadenza ed è finita tra la spazzatura) in molti programmi RAI nell’epoca del governo della sinistra.